LA CUPOLA DEL BRUNELLESCHI (di David Taglieri)

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Se fate un giro per le migliori librerie artistiche, non potete non trovare un saggio a metà strada fra la descrizione minuziosa delle opere e la storia articolata di aneddoti relativi alla costruzione della cupola del Brunelleschi.

“La cupola del Brunelleschi” ( Edizioni Bur, pagg. 298), di Ross King (un canadese che vive in Inghilterra dal 2002), narra della nascita avventurosa dell’architettura, delle teorie geniali del campione che la ideò e che la prefigurò nella sua mente.

Per costruire Santa Maria del Fiore i fiorentini abbatterono foreste e di certo svilirono il paesaggio per un’opera artistica senza eguali.

E già lì si potrebbe porre un problema: l’Infinito rappresentato dallo splendore artistico oppure la natura rurale della vecchia Firenze, che da contadina si fece culla dell’arte?

La soluzione è uno scrigno di bellezze nel centro della città, e questo dovrebbe bastare per metter d’accordo critici d’arte e naturalisti, vista la sintesi di natura iconizzata che regna all’interno delle preziosa mura della Chiesa e dell’annesso museo.

Opera che si è protratta nel tempo: la prima pietra nel 1296 e poi il completamento definitivo – con la cupola – nel 1418.

Brunelleschi era un perfezionista, a tratti umile, a tratti ossessionato da una rivalità continua nei confronti dei colleghi. La particolarità e la specificità ragionata della sua opera doveva essere una cupola che si elevasse al cielo quasi con sostegni invisibili.

Metafora del rapporto fra finito ed Infinito,  in uno spazio che fa pensare a quei tempi di splendore e voglia di acquisire.

Chiudere gli occhi e sentirsi nel rinascimento, sentire i brividi per quel tempo che sembra tornare… Basterebbe farsi un giro alle 8 di mattina, mentre la Firenze by night dorme, e tutto si fa storia…

Indetto il concorso per decidere chi si dovesse dedicare al progetto, vinse proprio lui, Brunelleschi orafo e scultore, conoscitore delle migliori tecniche di cesellatura e di geometria.

L’orgoglio fu il suo limite, la continua ricerca del dettaglio il pregio principale, perché dai dettagli talvolta vien fuori il quid in più.

La cupola incarna lo spirito del rinascimento fiorentino, lo rappresenta al meglio, disegna gli eventi e i fermenti intellettuali di un’epoca straordinaria.

Un capolavoro capace di resistere ai fulmini, ai terremoti, al passare dei secoli, che oggi incanta chiunque lo osservi da lontano.

È una piazza di geometrie che domina vicoli e stradine e sintetizza la fiducia dell’uomo nelle sue capacità e qualità in un’epoca, come quella rinascimentale, con l’uomo al centro, ma anche il tendere ed elevarsi verso l’Infinito.

Il tempio più bello ed onorabile – il primo capitolo – descrive la crescita disordinata del cantiere duomo nel centro e cuore di Firenze, la Firenze rurale del quattrocento, con campi di grano, orti, vigneti; le spiegazioni del trecento fiorentino  e la crescita edilizia.

Poi, dal secondo capitolo, la vita di Brunelleschi, l’orafo e l’architetto e l’interdisciplinarietà dei suoi studi; lo studio delle opere del paganesimo romano e del cristianesimo, le immagini illustrate, le analisi dei rapporti fra arte e vita cittadina.

Centrale nel libro l’ispirazione che il Brunelleschi ebbe vedendo il Pantheon, tempio dedicato a tutti gli dei del cosmo dall’imperatore Adriano.

Il Brunelleschi catturato da una Roma lezione di arte, per dieci anni si dice, con l’immagine della stessa che avrebbe trasformato in maniera radicale tutto il rinascimento. Lungi dall’essere condannata per le origini pagane, l’antica città fu glorificata  per architettura statue e cultura.

E comunque il paganesimo di ricerca spesso ha portato al raggiungimento dell’Assoluto: laddove c’è ricerca si può arrivare all’obiettivo, anche se per vie lunghe e talvolta difficili.

C’è chi dice che nella ricerca stessa si può scorgere l’alito del Supremo…lasciando la filosofia capiamo quanto certe opere siano importanti anche con le raffigurazioni stesse: un tempo il popolo analfabeta poteva avvicinarsi a certe verità scrutando le figure.

Le tecniche di disegno sono descritte nei particolari, tuttavia sono consigliabili anche per un pubblico profano che ad opera finita può comprendere la passione, la dedizione, l’interesse e l’esercizio intellettuale e creativo nella realizzazione dei progetti.

Illustrazioni, piccoli racconti, spirito dell’autore ed emozioni legate alle invenzioni fanno di questo saggio uno sguardo su Firenze e sulla sua cupola, con una fotografia dall’Arno che ferma i pensieri e li proietta in alto.

Pare che Michelangelo mirando quella cupola disse: “vado a Roma a far la tua sorella, di te più grande sì ma non più bella…”.

La Firenze rinascimentale esalta l’uomo e lo eleva verso la perfezione, nelle ricerche geometriche e nella tecnica; tuttavia la continua tensione verso l’Infinito si declina in due versioni: il miglioramento temperato dal fatto che esistono dei limiti alle velleità di potenza umana e il desiderio innato dell’uomo di avvicinarsi all’Assoluto per mezzo di impronte indelebili, fatte di arte e creatività, che resteranno nei tempi.

Creatività che nel linguaggio della fede e della ragione assume un concetto molto distante dalla creazione; molti uomini ispirandosi a Dio hanno realizzato delle bellezze che in parte  – dostojeskamente parlando – sono state in grado di salvare il Mondo.

Il Barbaro era il rinascimentale che credeva di poter piegare sculture e pitture alle proprie capacità; civiltà e trionfo del bello l’uomo che sa di poter arrivare in alto attraverso i talenti donati.

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