LE PECORE E I PASTORI (di Marco Invernizzi)

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«La nostra gente gradisce il Vangelo predicato con l’unzione, gradisce quando il Vangelo che predichiamo giunge alla sua vita quotidiana, quando scende come l’olio di Aronne fino ai bordi della realtà, quando illumina le situazioni limite, “le periferie” dove il popolo fedele è più esposto all’invasione di quanti vogliono saccheggiare la sua fede. La gente ci ringrazia perché sente che abbiamo pregato con le realtà della sua vita di ogni giorno, le sue pene e le sue gioie, le sue angustie e le sue speranze». Così Papa Francesco diceva nella Messa crismale del 28 marzo 2013, parlando di uno dei temi caratteristici del proprio pontificato, quello dell’«odore delle pecore», cioè del rapporto fra i pastori e il popolo di Dio, quei fedeli rimasti ancora nell’ovile di Cristo nonostante la secolarizzazione. 

Oggi questo rapporto fra i pastori e il popolo rimasto fedele sembra essere compromesso, nel senso che i pastori non sentono l’odore delle pecore e quindi hanno perso contatto con i fedeli, rischiando che questi vadano in altra direzione, anche fuori dal perimetro della Chiesa, ammiccando a tentazioni scismatiche che pure esistono e che potrebbero diventare pericolose.

Qui il popolo non è il popolo, bensì un popolo: cioè una parte minoritaria del popolo. Va detto per non illudere alcuno. La civiltà cristiana non esiste più da tempo; anche i suoi resti non reggono di fronte alla rivoluzione antropologica in atto, almeno dal 1968, il Sessantotto, che a partire dal 1994-1995 ha conosciuto una nuova accelerazione grazie alle Conferenze internazionali dell’ONU a Il Cairo, in Egitto, e a Pechino, in Cina, che hanno sdoganato l’agenda gender.

Tuttavia c’è un popolo che resiste un po’ in tutto il mondo, organizzando manifestazioni e marce per la vita e per la famiglia, e opponendosi all’ideologia gender. In Italia questa resistenza è particolarmente visibile, come hanno attestato i tre Family Day del 2007, del 2015 e del 2016.

Questa resistenza è però poco compresa dai pastori, almeno in questi ultimi anni, ma viene apprezzata da forze politiche definibili di orientamento genericamente conservatore, che coltiveranno certamente i propri interessi elettorali, ma che almeno, di genere, trasmettono messaggi positivi pro life e pro family.

L’aspetto più grave della mancata attenzione a questo milieu, se non addirittura cultura per quanto “istintuale”, da parte dei pastori sta nel fatto che questo popolo minoritario, ma cospicuo almeno in Italia, per restare all’Europa, rischia di sbandare poiché priva di guida e di punti di riferimento. Oltretutto, non sentendosi accolto, questo popolo rischia di dividersi ulteriormente in mille rivoli antagonisti fra loro, con grave danno per la causa che vorrebbe promuovere e difendere.

Questo popolo minoritario, per esempio, dovrebbe essere aiutato dai pastori ad assumere un atteggiamento missionario verso la maggioranza degli italiani, mostrando, senza polemiche e senza toni urlati, come si possa riconquistare un certo consenso su alcuni temi, avendo la pazienza si spiegare l’ovvio, vale a dire come le “foglie d’estate sono verdi”, per usare le efficaci parole vergate dallo scrittore cattolico inglese Gilbert K. Chesterton (1874-1936) nel saggio del 1905 Eretici.

Ma affinché l’unità sia preservata, perché si passi da una difesa semplice e un po’ sterile alla passione missionaria, alla riconquista delle periferie soprattutto esistenziali, a quell’atteggiamento tipicamente cattolico dell’et et, affinché tutto questo avvenga è necessario che i pastori ritornino ad annusare l’«odore delle pecore». Se e quando lo faranno, forse conosceranno la persecuzione da parte di quei poteri che oggi li blandiscono, ma certamente avranno il conforto e la pace che provengono dal coraggio di dire la verità.