LORETO E LA RIVOLUZIONE FRANCESE (di Guido Verna – 3^ parte)

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A Loreto ero stato molte volte, senza però mai notare un particolare che descrive, in modo simbolico ma perfettamente, un altro non inconsueto “comportamento” verso la storia: la manomissione dei fatti, per cancellarne l’identità originaria (in fondo, la verità) e per farli apparire conformi alla Vulgata. Debbo la “scoperta” — che, vista dall’esterno, può essere anche la misura della mia “ignoranza” o della mia declinante memoria — a Paolo B., un amico innamorato della sua città, ma soprattutto della sua Patrona.

Si tratta di questo. L’intero Palazzo Apostolico — che con l’eleganza delle sue doppie arcate chiude a nord e a ovest la piazza della Madonna (cioè, guardando la piazza con le spalle al santuario, alla sua destra e di fronte) — è impreziosito per tutta la sua lunghezza da un fregio della trabeazione in stile dorico con «[…] una ricca serie di metope — lastre quadrate ornate con bassorilievi — tra triglifi, costituiti da tre scanalature verticali» [MOSA,  pp.36-37].

Ma, nel 1797, il messaggio originario scolpito in queste metope proditoriamente mutò. Il 13 febbraio, l’esercito francese di Napoleone Bonaparte (1769-1821), raggiunse Loreto, occupandola, e «[…], presente lo stesso Bonaparte, spogliò il celebre Tesoro del santuario, considerato il più ricco d’Europa, non risparmiando [come vedremo ] neppure la statua lignea della Madonna, venerata in Santa Casa» [ibid., p.37]. E se queste ruberie “ricche” sono un “francesismo” da tutti riconosciuto (anche se spesso sottovalutato) [cfr. MAL], meno evidente è un comportamento altrettanto classico dei napoleonici e comunque dei figli della Rivoluzione francese: le azioni vandaliche contro elementi e simboli religiosi, che denotano uno scientifico odio contro la Chiesa e contro Dio.

Il Palazzo Apostolico questo capolavoro dell’architettura cinquecentesca voluto da papa Giulio II (1443-1513) «[…] per ospitare comodamente il governatore e il clero a servizio del Santuario» [MOSA, p.9] e affidato inizialmente all’architetto Donato Bramante (1444-1514) aveva, però, per Napoleone un difetto intollerabile: in quelle lastre ornate con bassorilievi c’erano, tra questi, gli stemmi papali e le chiavi pontificie decussate, a guisa, cioè, della Croce di Sant’Andrea. E allora, nel 1798, ma è solo uno dei tanti «[…] penosi segni di barbarie» [ibid., p.37] lasciati ordina di scalpellarli per renderli incomprensibili. Anzi, si “diverte” a ribaltarne il significato: le chiavi mutilate vengono, infatti, «[…] trasformate in una specie di cannoni, in sfregio dell’autorità papale» [ibidem]; immaginando, presumo, con piacere perfido, che in futuro potessero fungere da pro-memoria e magari essere assunte come un simbolo che meglio potesse rappresentarlo. Con me, da oggi, c’è riuscito perfettamente, ma forse non nel senso da lui sperato…

Ma Loreto era soprattutto un forziere da rapinare. Quell’oro, impastato di preghiere e di grazie, che la fede del buon popolo di Dio aveva cumulato nei secoli ai piedi di Maria, costituiva l’oggetto dei desideri di quei “laici” che tanto odiavano la Chiesa e Dio. Come scrive lo storico Sandro Petrucci, «il tesoro della Santa Casa di Loreto […], per i pensatori illuministi, […] divenne un esempio di come tanto oro ed argento fosse tenuto improduttivo solo per quella che consideravano un’incomprensibile superstizione religiosa. Anche per questo sarebbe stato un bel bottino da strappare alla Chiesa» [SPE]. 

Qui, in fondo, si incontra una manomissione nell’interpretazione della storia non simbolica come le chiavi decussate diventate cannoni, ma sostanziale: esse consiste nel leggere tutto l’accaduto in chiave “economica”, da un lato come consueto bottino di guerra del soldato, dall’altro come “rimborso spese dovuto”, giacché il deficit della Repubblica si era prodotto soprattutto a causa delle guerre intraprese “a nostro beneficio”, per esportarci i frutti della Rivoluzione, la libertà, la fraternità e l’uguaglianza.

Si nasconde così il suo vero orientamento, che «sin dagli inizi […] [fu] chiaramente […] anti-cristiano, […] perseguendo [via via, in un crescendo dilagante,] una terribile politica di decristianizzazione e di distruzione della presenza religiosa nella società» [MTA].

A Loreto — ma, ovunque arrivarono, il loro comportamento fu il medesimo — i “diffusori” di questa Rivoluzione non si limitarono a depredare i “beni” ma colpirono anche i simboli religiosi più cari alla popolazione “liberata”.

Non si limitarono, cioè, a rubare il Tesoro della Santa Casa — o almeno tutto quello che di esso poterono trovare, perché una parte era stata prudentemente nascosta a Roma — ma portarono via, il 17 febbraio 1797, la statua stessa della Madonna.

Quel giorno, presente lo stesso Napoleone, «i [suoi] soldati afferrano la Madonna nera e la mettono con altri oggetti sopra un carro con destinazione Parigi» [PLG]. Forse per darLe una lezione, visto che solo una settimana prima, ad Ancona era impallidito di fronte alla Madonna della cattedrale di S. Ciriaco che aveva avuto l’ardire di muovere le palpebre anche davanti a lui… [cfr. VME-RCA].

Poi, però, scoppia l’insorgenza del popolo marchigiano contro l’invasore rivoluzionario e si alza potente il grido di «Viva Maria!».

In quell’anno, insorgono quasi tutti i popoli italiani, dal Tirolo alla Calabria. Ma questa è un’altra storia, che, purtroppo, non si studia a scuola e perciò pochi conoscono, sebbene abbia prodotto oltre 60.000 morti contro i circa 5.000 del Risorgimento…

È davvero un’altra storia quella dell’Insorgenza, la cui “riscoperta” però — per dirla con Oscar Sanguinetti, uno degli studiosi più attenti del fenomeno — da un lato rappresenta «[…] un dovere morale, soprattutto per lo storico cristiano, che […] nei confronti degli antenati […] è tenuto a praticare in primis l’esercizio della pietas verso di loro, dei valori da loro ”indossati” e delle loro scelte, […]  [dall’altro si configura come] un passaggio obbligato se si vuole finalmente affrontare correttamente il problema dell’identità nazionale e approdare a una visione non più conflittuale, ma condivisa della memoria nazionale» [OSA].

La Madonna nera trafugata fu messa in deposito, in un locale del Museo del Louvre e conservata «[…] quale emblema di ignoranza e superstizione [classificata asetticamente e “laicamente” come] […] “statua di legno orientale di scuola egiziogiudaica”» [PLG].

Restò a Parigi fino al 9 dicembre 1802, quando — magari per la sonorità degli echi dei “Viva Maria!” — fu “rilasciata” e restituita a papa Pio VII (1800-1823), perché potesse finalmente riportarla nella sua Santa Casa.

Qualche anno dopo — forse facendo scorrere il film della sua vita e riflettendo sulle sue sofferenze e su quelle di Maria per mano di Napoleone e dei rivoluzionari francesi — lo stesso pontefice “promosse” l’Addolorata a figura della Chiesa in epoca di Rivoluzione, come sottolineò il beato Giovanni Paolo II (1978-2005) in occasione del messaggio per il bicentenario della sua elezione al soglio pontificio, quando disse: «[…] Il 15 settembre [ricorre la], memoria liturgica della Madonna Addolorata che, il 18 settembre 1814, […] [Papa Pio VII] volle estendere a tutta la Chiesa, in ricordo dei dolori da cui la Chiesa fu afflitta nell’età della Rivoluzione francese e della dominazione napoleonica.  […] Nei momenti burrascosi del pontificato, era proprio Lei, la Vergine Santa, il suo sostegno nell’incrollabile certezza che i diritti di Dio e della Chiesa avrebbero finito per trionfare» [GPII].

A Loreto, dopo l’Annunciazione, potrebbe tornare alla memoria anche la Via Matris, il suo Fiat ripetuto e perpetuato nella storia per noi.

(3. continua)

 

[MOSA]  Nanni Monelli-Giuseppe Santarelli, Loreto Palazzo Apostolico mito di Garibaldi. Vita, morte e miracoli dell’uomo che conquistò l’Italia, con una prefazione di mons. Giovanni Tonucci, Arcivescovo Delegato Pontificio, Presidente del Centro Studi Lauretani, Edizioni Santa Casa,Loreto (Ancona) 2012.

[MAL]  Cfr. Marco Albera, «I furti d’arte. Napoleone e la nascita del Louvre», in Oscar Sanguinetti  (a cura di) Insorgenze antigiacobine in Italia (1796-1799) – Saggi per un bicentenario, Istituto per la Storia della Insorgenze, Milano 2001, pp. 87-91 (già pubblicato in  Cristianità, anno XXV, n.261-262, Piacenza gennaio-febbraio 1997, pp.11-14).

[SPE] Sandro Petrucci, Insorgenti Marchigiani – Il trattato di Tolentino e i Moti antifrancesi del 1797, Sico Editore, Macerata 1996, p.122.

[MTA]  Marco Tangheroni (1946-2004), Cristianità, modernità, Rivoluzione, a cura di O. Sanguinetti, con un saggio introduttivo La storia come “riassunto” di G. Cantoni,  Sugarco, Milano 2009, pp.84-85.

[PLG] Pier Luigi Guiducci, Napoleone e la Madonna di Loreto, in Rivista Maria Ausiliatrice, anno XXVIII, n. 9, Torino 2007-9, in

http://www.donbosco-torino.it/ita/Maria/studi/06-07/009-Madonna_e_Napoleone.html

[OSA]  O.Sanguinetti, Le Insorgenza contro-rivoluzionarie in Italia: un profilo storico (1796-1814), in Idem (a cura di) Insorgenze antigiacobine in Italia (1796-1799) – Saggi per un bicentenario, cit., pp. 127-142 (p.142).

[GPII] Giovanni Paolo II, Guardando all’indomito e perseverante servizio reso alla Chiesa da Pio VII gli uomini affrontino con uguale ardore missionario le sfide dell’epoca moderna, messaggio alle Congregazioni Benedettine Cassinese e Sublacense per il bicentenario dell’elezione alla Cattedra di Pietro del venerato Predecessore (Pio VII, 1800-1823, dom Luigi Barnaba Gregorio Chiaramonti O.S.B., n. 1740), del 14-8-2000, in L’Osservatore Romano. Quotidiano politico e religioso,  8-8-2000.

[VME-RCA] cfr. Vittorio Messori – Rino Cammilleri, Gli occhi di Maria, Rizzoli, Milano 2001, pp.13-35