SAN GIOVANNI ROTONDO E IL COMUNISMO (di Guido Verna – 4^ parte)

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Andare a trovare san Pio (1887-1968) la settimana successiva alla visita a san Gabriele potrebbe essere letto — se non ci fossero motivi più profondi — come un “ragionato” percorso sul filo dell’architettura e dell’arte moderna cattoliche.

In questa prospettiva, senza impelagarmi in giudizi artistici che non mi competono, non posso però non trasmettere qualche impressione. La prima è mia: quando, superata la basculante, mi sono ritrovato nell’area (o aula) liturgica — oggi si dice così — ho provato la stessa “tensione spirituale” che si prova entrando nel terminal dell’aeroporto di Osaka, in Giappone. La seconda è del mio nipote più piccolo, di quattro anni, a cui, mentre attraversavamo la spianata in cemento armato, avevo spiegato che quello sconfinato spiazzo grigio serviva per le grandi messe all’esterno; ebbene, entrando nell’area liturgica suddetta, con molta serietà lui mi ha chiesto: “nonno, ma la chiesa è qui o fuori?”. Comunque sia, siccome Dio è dappertutto, anche a Osaka e sui desolati spiazzi grigi, me ne sono fatto rapidamente una ragione, avendo peraltro deciso di non meravigliarmi più. Chiedendomi, se mai, quanto ci fosse anche di mio, come peccatore del XXI secolo, in questo degrado formale…  E riflettendo, infine, come a noi spetti solo coltivare la speranza e pregare che il vero, il buono e il bello tornino a riabbracciarsi. Al resto, ci penserà Lui, quando e come riterrà opportuno.

Però, all’interno — anche nella cripta —, ho scoperto una caratteristica non formale ma sostanziale che mi ha infastidito moltissimo e che dovrebbe — questa sì — farci arrossire (il farci è evidentemente molto esteso…): ero entrato nell’unica chiesa al mondo — almeno presumo — “progettata” per impedire ai fedeli di inginocchiarsi! E qui, non è più un problema estetico, ma viene leso un diritto fondamentale, dei fedeli e di Dio, soprattutto di Dio.  «[…] Il gesto più espressivo dell’adorazione — come scrive don Nicola Bux — è l’inginocchiarsi, il prostrarsi e l’inchinarsi profondamente quasi a dire “Tu sei il Dio grande, mentre io non sono un nulla!» [NBU].

Forse per l’orgoglio di molti architetti moderni questo “dire” è troppo, soprattutto se credono poco in Lui e di Lui sanno ancora meno: «Il Signore ha pregato in ginocchio (Lc 22,41), così gli apostoli Pietro (At 9,40) e Paolo (At 20,36) e il martire Stefano (At 7,60). Tutta la creazione piega le ginocchia nel nome di Gesù (cfr. Fil 2,10) segno della signoria di Dio sul mondo»(ibidem).

Ciò posto, anche da san Pio, però, porto via con me qualcos’altro, che ha relazione con il racconto della storia falsato per armonizzarlo con l’intangibile Vulgata.

Per raggiungere la cripta con l’urna del corpo di san Pio, ci incamminiamo nel lungo corridoio di accesso, tra l’oro luccicante e i colori dei mosaici, ma con poca “gioia” e con una certa inquietudine, guardati come eravamo da quegli occhi enormi e sbarrati — che sembrano però non vedere — dei personaggi che l’artista, il gesuita sloveno padre Marko Ivan Rupnik, ha rappresentato sulle pareti.

Ricordavo un articolo letto qualche tempo prima, in cui si stigmatizzava l’immagine con cui l’autore dei mosaici aveva ritenuto di descrivere padre Pio in atto benedicente verso gli “uomini di cultura”, una immagine che, in più, confliggeva in modo stridente con quella in cui lo stesso aveva immaginato di “raccontare” la visita in bilocazione di san Pio al servo di Dio cardinale József Mindszenty (1892-1975), mentre questo era tenuto in prigione nelle carceri comuniste ungheresi  [cfr. ASO-1].

Nella nostra prospettiva, lo sfregio alla memoria di padre Pio è uno sfregio anche alla storia. Potremmo individuare questa tecnica di contraffazione come quella delle ombre colorate. Si raccontano i fatti, ma in modo che l’oro e i colori della descrizione nascondano la loro sostanza oscura e appaghino i sensi senza interessare la curiosità intellettuale. La ricchezza cromatica del “racconto” non fa fare domande, è di suo appagante. Però… però, come diceva lo scrittore Honoré de Balzac (1799-1850), «Non toccar con mano gli idoli perché la doratura scompare»[WLE].

Il mondo della cultura benedetto da padre Pio è descritto da Rupnik attraverso tre personaggi, un signore che porta la “pizza” di un film, un altro che stringe due libri (su quello più esterno si intuisce il titolo Scientia) e infine una signora che in mano ha una copia de LUnità — l’allora organo del Partito comunista italiano, il giornale fondato da Gramsci e diretto per tanti anni da Palmiro Togliatti (1893-1964).

È una descrizione a suo modo veritiera delle condizioni della nostra cultura, condizioni costruite pazientemente giorno dopo giorno — a partire almeno dalla svolta di Salerno del 1944 — proprio sulla base delle indicazioni procedurali di Gramsci (in grande sintesi, nelle nazioni cattoliche: comunismo al potere non secondo procedura “classica” — prima lo Stato, poi la Società —, bensì con procedura “personalizzata”, al contrario, prima la Società e solo infine lo Stato).  Le mani stigmatizzate di padre Pio che si stendono a benedire il gruppo inducono nel pellegrino in buona fede e mediamente informato una sensazione, a dir poco, sgradevole. Tale sgradevolezza fu denunciata nell’articolo citato, nel quale si poteva leggere anche la didascalia esplicativa del mosaico: «Padre Pio benedice le donne e gli uomini di cultura. Il padre spirituale sa accogliere senza pregiudizi tutti quelli che a lui si rivolgono» [ASO-1]. Senza pregiudizi ma, a guardarlo, parrebbe anche senza necessità di conversione!

Il portavoce dei frati cappuccini, Stefano Campanella, in una lettera di chiarimento, affermò come l’intenzione dell’autore fosse invece quella di descrivere le tante conversioni generate da Padre Pio nel mondo della cultura (e l’“icona” di tale conversioni sarebbe stata proprio la signora con L’Unità, l’attivista comunista convertita Italia Nahir Betti [1900-1950]), concludendo che non si tratta «[…] di una celebrazione o una benedizione del comunismo, bensì l’esatto contrario: il mosaico celebra la vittoria della fede su un’ideologia materialista e anticlericale, mentre la benedizione di padre Pio è riservata a quegli uomini e donne che hanno abiurato la via del rifiuto di Dio e che hanno trovato la fede, senza pregiudizi sul loro passato» [ACE]. Lo stesso portavoce — concessa la giustezza del rilievo sulla equivocità e sulla torbidezza della didascalia descrittiva — si impegnò a modificarla. Nella mia visita ho preso atto della nuova lapide: padre Pio è diventato santo e nella didascalia esplicativa sono state aggiunte queste parole: «per orientarli alla conversione». Sarò incontentabile, ma la sensazione sgradevole di partecipare ancora ad un infelice matrimonio tra l’inferiority complex e la captatio benevolentiae — questo sfavillio linguistico é forse indotto dal ricordo della brillantezza aurea del luogo — permane.

E si incrementa non poco davanti al mosaico che rappresenta padre Pio che, in bilocazione, serve messa al cardinale Mindszenty, in carcere nell’Ungheria comunista. Anche in questo caso, per chi conosce la storia dell’«indomito primate» [MCA] e ha sofferto per i carri armati di Budapest che hanno segnato la nostra gioventù, il mosaico appare completamente inespressivo rispetto al dramma che vorrebbe rappresentare. Come altrove, nemmeno qui si dice il chi e il perché.

Le sbarre indicano una condizione di prigionia, ma non c’è traccia del carceriere (il comunismo) e dei motivi della detenzione (l’essere cattolico). La didascalia, poi, si limitava laconicamente solo a questo: «San Pio porta il pane e il vino al cardinal Mindszenty prigioniero”» Nessun’altra informazione, nessuna risposta alle domande che vengono subito in mente: «Prigioniero di chi? Dell’anonima sequestri? No. Il primate fu incarcerato dal regime comunista ungherese, ma ovviamente lì non c’è scritto. E ben pochi pellegrini lo ricordano» [ASO-2].

Di nuovo, ho preso atto della nuova lapide: padre Pio è diventato santo e la didascalia esplicativa recita ora così: «Bilocazione di S. Pio al cardinale Mindszenty nel 1956. Anticipazione dell’ottavo giorno, giorno in cui il corpo si è sciolto dal legame di tempo e spazio».

Qui, se mai fosse stato possibile, la descrizione è addirittura peggiorata, diventando criptica e ancor più reticente, essendo scomparso qualsiasi cenno alla condizione di prigionia del cardinale.

Lo sfregio, ancora una volta, non è solo al cardinale ma è anche alla storia. Quando il 4 novembre di quell’orribile 1956 i carri armati sovietici entrarono a Budapest — al termine della normalizzazione comunista i morti furono più di duemila —, il giornale su cui, nell’altro mosaico, parrebbe scendere la benedizione di padre Pio, il giorno dopo uscì con questo titolo a nove colonne, in prima pagina, che dà la “sua” misura: «Le truppe sovietiche intervengono in Ungheria per porre fine all’anarchia e al terrore bianco» [UNI].

Eppure come fossero state le prigioni del cardinale Mindszenty, lo aveva raccontato lui stesso nel suo bellissimo libro intitolato semplicemente Memorie, in particolare nei due paragrafi specifici Vita religiosa in carcere e L’abisso della prigione, che riporterò ampiamente per un atto di giustizia nei confronti di questo esemplare servo di Dio: «[…] quando i comunisti ungheresi ebbero ben saldo nelle mani il potere, nelle prigioni anche la religione venne condannata a morte. Chiusero le cappelle o le trasformarono in celle. I cappellani delle carceri vennero licenziati. I prigionieri non poterono più assistere alla santa Messa. Nessun prete poté più portare loro il viatico per rinunciare a ogni conforto spirituale. […] Recitare il rosario contando con le dita è un’abitudine in vigore dappertutto; i prigionieri pregano così dalla cortina di ferro fino a Norilsk. […] Non c’è da meravigliarsi che mi procurassero difficoltà anche a proposito del precetto dell’astinenza del venerdì. In quel giorno portavano immancabilmente carne, mentre la facevano mancare alla domenica e addirittura a Natale. Com’è ovvio, stando al precetto della Chiesa, un carcerato può mangiare carne anche il venerdì, perché non ha scelta. Ciò nonostante io non la toccavo e la guardia riferiva la cosa in alto.[…] Nessuno saprà mai quanti individui abbiano perso la ragione in via Andrassy, in via Markó o in altre prigioni. […] Per sei mesi nel mio diario ho segnato in latino, in una apposita rubrica, le bastonature e gli attacchi maniaci furiosi che si verificavano nel mio ambiente. Segnavo con precisione il giorno, l’ora e la durata e rimasi esterrefatto nel constatare la frequenza di quegli attacchi. […] quando trovavano conveniente ai propri interessi mettere uno nella tentazione di suicidarsi, non avevano scrupoli a fornirgli gli oggetti di cui egli aveva bisogno a quello scopo» […];  [con una notazione mirabile:] «Chi langue e soffre nelle carceri comuniste perché avversario del regime ha perlomeno la soddisfazione che la sua lotta è giustificata. Quanto terribile deve invece essere lo stato d’animo di coloro che si sono sforzati per decenni di portare alla vittoria questo “nuovo mondo” e poi sono caduti in disgrazia e sono stati accusati, come è successo tanto spesso sotto Stalin!» [JMI].

Ecco, di tutto questo, nella rappresentazione musiva, non c’è, non dico una evidenza, ma nemmeno una minima indicazione di percorso per i più volenterosi che volessero percepire qualcosa in più sul chi, sul perché e sul come.

Oggi, l’Ungheria è minacciata dall’ “Europa” — quella che piace tanto ai nostri governanti — perché ha osato reintrodurre il Re santo Stefano e la Sacra Corona nella sua Costituzione e ha fatto scelte “organizzative” confliggenti con «[…] il progetto eurocratico [che] è un progetto tecnocratico ma, come forse non è del tutto noto, non esistono tecnocrati neutri. L’ideologia della tecnocrazia è il democratismo universale […] quella democrazia che livella e appiattisce invece che rispettare le gerarchie sociali e di valore ed elevare il popolo, rispettandone la volontà, la cultura e l’identità storica» [OSA].

Ma forse ancora più grave è stato considerato l’ardire di aprire qualche finestra e gettare un po’ di luce sul suo recente passato, attraverso «[…] la costituzione del “Comitato della Memoria Nazionale” [con la possibilità] […] che i detentori del potere durante gli anni della dittatura siano giudicati […] come personaggi pubblici, nell’interesse della realistica indagine sul passato […] [e con]  la possibilità [ulteriore] di poter ridurre gli elevati benefici e vitalizi di alcuni leader della dittatura e rendere non applicabile la prescrizione per quanto riguarda l’imputabilità di gravi crimini commessi durante il periodo della dittatura comunista nel nome, nell’interesse, o con il consenso dello Stato dittatoriale» [ACA].

Un ardire, a questo punto, insopportabile e meritevole di una severa lezione, tenuto anche conto di quanto la nazione magiara aveva già “osato” in passato, allorché decise di realizzare il Museo della Casa del terrore (Terror Háza Múzeum) nel famigerato palazzo di via Andrássy n.60, questo straordinario simbolo del 1900 quale «secolo del male» [ABE], perché sede — in continuità, quasi si fossero passate le chiavi — delle polizie politiche — e dei loro feroci interrogatori e delle loro torture nelle angosciose celle sotterranee — prima del nazionalsocialismo, poi del socialcomunismo.

Se a San Giovanni Rotondo si volesse riparare, si potrebbe cominciare ad aggiungere il linkufficiale del Museo, per invogliare i pellegrini a visitarlo almeno su internet: <http://www.terrorhaza.hu/>. Per poi, se mai, far nascere in qualcuno di loro il desiderio di organizzarsi un viaggio a Budapest e magari da lì, uscito dal Museo, raggiungere Esztergom, dove l’«indomito primate» fu riportato nel 1991, due anni dopo la rimozione del Muro di Berlino [cfr. GVE-2].  

Il cardinale Mindszenty, ora servo di Dio, sarebbe molto felice — ne sono certo — di esaudire le nostre preghiere, soprattutto quelle per l’Europa.

4 – continua

 

[NBU] Nicola Bux, Come andare a messa e non perdere la fede, Piemme, Milano 2010, pp. 173-174.

[ASO-1] Antonio Socci, Uno sfregio a Padre Pio, in Libero, 11-09-2011, in

<http://www.antoniosocci.com/2011/09/uno-sfregio-a-padre-pio/ >

[WLE] Cit. in Dominic Bevan Wyndham Lewis (1886-1957), Carlo V, trad. it., Dall’Oglio, Milano 1959, p. 18.

[ACE] Angelo Alfonso Centrone, San Pio con l’Unità, polemizza Libero. I frati: è la parabola di una conversione ne Il Corriere del Mezzogiorno.it, 19-9-2011 in

<http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/notizie/cronaca/2011/19-settembre-2011/san-pio-l-unita-polemizza-liberoi-frati-parabola-una-conversione-1901579934098.shtml>

[ASO-2] A.Socci, Il segreto di Padre Pio, Rizzoli, Milano 2007, pp. 184-188.

[MCA] Maurizio Caprara, L’indomito primate, ne Il Timone. Rivista di apologetica cattolica, anno IV, n. 22, Milano novembre/dicembre 2002, p. 18 e ss.

[UNI] L’Unità, Organo del Partito Comunista Italiano, 5-11-1956.

[JMI] József Mindszenty, Memorie, trad.it., Rusconi, Milano 1975, pp. 269-276.

[OSA] O.Sanguinetti, Un’altra nazione europea “normalizzata”?, ne Il Sestante, blog, 4-1-2012

in <http://il-sestante.blogspot.it/2012_01_01_archive.html>

[ACA] Andrea Camaiora, Non credete alle fanfaluche sul “golpe” di Orban. Ecco cosa accade (veramente) in Ungheria, in  Tempi on line, 2013-03-20,  in

<http://www.tempi.it/non-credete-alle-fanfaluche-sul-golpe-di-orban-ecco-cosa-accade-veramente-in-ungheria#.UZyV8aI734s>

[ABE] Cfr. Alain Besançon, Novecento, il secolo del male. Nazismo, comunismo, Shoah, trad.it., Ideazione Editrice, Roma 2000.

[GVE-2] Cfr.il mio Da Mariazell a Esztergom, da Otto a Mindszenty. Fino Al Beato Carlo, in <http://www.siciliacristiana.eu/index.php?option=com_content&task=view&id=909&Itemid=328>