ALLE ORIGINI DELL’ISLAM: IL JIHAD

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imagesP28IB5GV Con l’emigrazione nell’oasi di Yathrib, a nord di La Mecca, ha inizio l’egira (l’esodo), cominciata nel 622. I Musulmani daranno a questa data una valenza religiosa, e faranno iniziare da quel momento, considerato come anno zero – e non dalla nascita del Profeta -, la numerazione degli anni nel proprio calendario.

A Yathrib Maometto, dapprima semplice ospite di riguardo, riesce ad emergere come arbitro fra le varie fazioni cittadine (principalmente Arabi ed Ebrei), godendo dell’appoggio della fiorente comunità ebraica.

Non dimentica però i nemici meccani. Nell’anno seguente all’egira ordina perciò ai suoi uomini più fedeli di condurre il ghazu contro di loro.  Il ghazu consisteva nel depredare e razziare le tribù avversarie, facendo attenzione, nei limiti del possibile, a non spargere sangue. Se nel corso del ghazu qualcuno moriva scattava l’obbligo tribale della vendetta: occhio per occhio, dente per dente. Maometto, sfruttando la posizione strategica di Yathrib, posta fra La Mecca e le piste che conducevano al Mediterraneo cristiano e bizantino, attaccò varie carovane: anche nei periodi considerati sacri da tutti gli Arabi, in cui vigeva l’obbligo di astenersi dalla guerra e da ogni azione violenta! Alcuni Meccani furono uccisi: ce ne era abbastanza per suscitare la violenta reazione dei suoi pur pacifici ex concittadini.  Tanto più che adesso i Meccani rischiavano l’isolamento economico, perché i predoni musulmani da nord sbarravano la strada alle loro carovane, che da La Mecca si spingevano fin nella Siria bizantina.

 JIHAD

untitled Alcuni studiosi fanno derivare il significato aggressivo del jihad  proprio dal  ghazu: nel corso degli anni tale concetto andò assumendo valenza di “sforzo” da compiere per un valido fine – sulla strada di Dio –.

Nel Corano nella sura della “Vacca”  leggiamo: “Combattete per la causa di Dio quelli che vi combattono, ma non aggredite per primi: Dio non ama gli aggressori.” (v. 190).

Il che farebbe pensare ad una giustificazione del jihad solo in caso di legittima difesa. Anche i versetti successivi confermerebbero tale interpretazione: “Uccideteli ovunque li incontriate, e scacciateli da dove vi hanno scacciati: la persecuzione è peggiore dell’omicidio. Ma non uccideteli vicino alla Santa Moschea, fino a che essi non vi abbiano aggrediti. Se vi assalgono, uccideteli. Questa è la ricompensa dei miscredenti” (II, 191).

Tuttavia altri versetti non sono così moderati (se questi moderati possano definirsi!). Più di un centinaio sono i versetti coranici che incitano i musulmani al jih?d (che ha sia il significato di “combattimento interiore” che quello di “guerra santa”) ed è il più nobile dovere del credente.

Maometto si dimostra benevolo nei confronti dei miscredenti solo a condizione della loro resa. Altrimenti sono guai: “Se temi che un popolo ti tradisca, rendigli la pariglia, perché Dio non ama i traditori. Quelli che non credono non si illudano di avere la meglio: non prevarranno! Preparate dunque contro di loro forze e cavalli più che potete, per spaventare così il nemico di Dio e nemico vostro e altri ancora che voi non conoscete ma che Dio conosce…” (VIII, 58-60).

I versetti coranici ispirati alla tolleranza (quelli cosiddetti meccanesi distinti dai medinesi) – a cui tanto spesso si fa riferimento – sono in parte sottovalutati, secondo la teologia islamica e la dottrina dell’abrogazione (nash).

Robert Spencer nel suo volume “Guida (politicamente scorretta) all’Islam e alle Crociate” (Lindau, Torino, 2008) tracciando il profilo umano di Maometto, afferma che egli fu essenzialmente un uomo di guerra: “… esortò i suoi seguaci a combattere per la nuova religione da lui fondata e disse che Allah aveva ordinato ai fedeli di imbracciare le armi. E lui stesso, anziché limitarsi a predicare la guerra, combatté in numerose battaglie. Si tratta di fatti cruciali per chiunque voglia davvero capire cosa abbia scatenato le crociate, secoli fa, o cosa abbia condotto, oggi, a una mobilitazione su scala globale dei combattenti del jihad. Nel corso di questi scontri Maometto articolò numerosi principi, che da allora i Musulmani non hanno mai smesso di seguire” (citato, pag. 21).

Insomma la dottrina bellica non è – come sostiene una certa vulgata – una minima parte della religione islamica. Oltre al Corano, anche in numerosi had?th (volumi in cui Maometto spiega come ricevette determinate rivelazioni e si pronuncia su materie controversie tramite degli esempi), il Profeta sottolineò la centralità della guerra santa.  Una volta ad un musulmano che gli chiedeva quale fosse “l’azione migliore” che potesse compiere, Maometto rispose: “partecipare al jih?d e combattere in nome di Allah”, perché “…partire per il jih?d al mattino o alla sera merita una ricompensa più grande della terra e di tutto ciò che essa contiene”.

 

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