PERCHE’ LA RIVOLUZIONE AMERICANA E LA RIVOLUZIONE FRANCESE NON HANNO NULLA IN COMUNE

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ridisegnò l’Europa.

Fa dunque specie sapere che un simile personaggio, che la vulgata mediatica a buona ragione potrebbe inserire nel campo “reazionario”, sia stato, inizialmente, un fervido ammiratore della Rivoluzione francese (1789-1799).

In effetti Friedrich von Gentz (1764-1832), diplomatico, scrittore e fine pensatore (mosse i suoi primi passi alla scuola di Kant) potrebbe definirsi, con linguaggio preso a prestito dai nostri giorni, un convertito “devoto” ante litteram.

La figura e l’opera di Gentz vengono delineate in un agile volume di recente pubblicazione che colma un grande vuoto storiografico. Si tratta della traduzione dal tedesco – curata da Omar Ebrahime – di uno dei principali scritti di Friedrich von Gentz: “L’origine e i principi della Rivoluzione americana a confronto con l’origine e i principi della Rivoluzione francese” (Sugarco Edizioni, Milano, 2011, pagg. 138, euro 16,00).

Tale testo, pubblicato in tedesco da Gentz nel 1800 e di fatto ignorato in Europa, ha invece trovato una certa pubblicità negli Stati Uniti d’America grazie alla traduzione in inglese di John Quincy Adams (1767-1848). Adams, diplomatico e futuro Presidente degli Stati Uniti nel 1825, conobbe l’opera di Gentz mentre svolgeva l’incarico di ambasciatore in Europa. La sua traduzione per il pubblico di lingua inglese fu praticamente contestuale all’edizione originale del volume. Successivamente, nel 1955, il libro di Gentz conobbe una nuova versione negli Stati Uniti ad opera di Russel Amos Kirk (1918-1994), fra i più illustri interpreti del pensiero conservatore statunitense.

In effetti l’opera di von Gentz dà ragione del conservatorismo americano, perché il consigliere di Metternich nonché protagonista del Congresso di Vienna opera una lucida e netta distinzione tra la Rivoluzione francese e quella americana del 1775-1783.

Già allora, infatti, agli albori del 1800, sulla scia della pubblicistica rivoluzionaria francese, negli ambienti letterari e diplomatici era invalsa l’abitudine di considerare la Rivoluzione americana quale naturale prodromo di quella francese del 1789. 

A tal proposito, così scrive nell’Introduzione Russell Kirk: “Gli storici della scuola liberale, predominante nel secolo XIX, sposarono l’idea che la Rivoluzione Francese fosse stata un passo avanti nobile e irrevocabile verso il dominio universale della pace perpetua, dell’illuminismo e della fratellanza, e la confusero con quella americana interpretandole entrambe come manifestazioni virtualmente identiche del medesimo movimento progressista.” (pagg. 37-38).

Così la vulgata delle rivoluzioni sorelle ha continuato a diffondersi.

Niente di più falso!, grida e argomenta Gentz dalle pagine del suo pamphlet.

La Rivoluzione Americana – spiega l’Autore – trae origine dalla violazione delle consuetudini e del diritto naturale da parte del Parlamento della madrepatria britannica. Da un punto di vista costituzionale, infatti, il Parlamento britannico non godeva di alcuna superiorità rispetto alle Assemblee delle colonie americane, essendo tutti formalmente soggetti alla monarchia. Gentz ricorda come i coloni nordamericani si sollevarono in difesa dei propri legittimi diritti, fino ad allora riconosciuti; le loro aspettative e le loro richieste (contrarie a tassazioni eccessive e mortificanti) erano moderate; le loro costituzioni furono conservatrici. Tant’è che, alla fine della guerra d’indipendenza, “…Il popolo a malapena si accorse che la costituzione politica aveva subito un cambiamento” (pag. 109). Non è dunque esagerato affermare che, nel caso statunitense, si trattò in realtà di una “contro-rivoluzione” contro un incipiente assolutismo parlamentare britannico.

I rivoluzionari francesi, invece, volendo rifare di sana pianta sia la società che la natura umana, ruppero bruscamente con il passato, abbracciando dogmatismi astratti fino a cadere sotto il dominio sanguinario di un’ideologia mostruosa, che non a caso generò il Terrore. Non stanca, poi, di diffondere il terrore al proprio interno, la Rivoluzione di Francia insanguinò l’intero continente europeo fino ad implodere, oramai esausta.

Segnando l’avvento dell’età delle ideologie, quella anticipò i totalitarismi del XX secolo, totalitarismi che in essa troveranno il principale riferimento dottrinario e storico-politico.

Concludendo, Gentz osserva che anche se non mancarono nella Rivoluzione americana singoli episodi di crudeltà – tipici, purtroppo, di ogni guerra civile –  tuttavia, egli si chiede, “…che cosa sono mai questi singoli episodi d’ingiustizie rispetto al fiume di sangue, di miseria e di rovine che la Rivoluzione francese fece scorrere in tutto il Paese, arrivando a superare anche i confini nazionali?” (pag. 129).

Siamo dunque dinanzi ad un’opera storica davvero pregevole, perché vergata da un lucidissimo testimone delle devastazioni giacobine, che con coraggio ne denuncia il doloso accostamento storiografico all’indipendenza americana.

Il pensiero conservatore americano, personificato – fra gli altri – da John Quincy Adams e da Russel Kirk, riconoscente ne prende atto.